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Gravidanza: nascita pretermine collegata a metaboloma della vagina:

20 gennaio – Le nascite pretermine possono essere indotte da una serie di composti chimici, estranei all’organismo, che si accumulano nelle vagine delle gestanti. Questi composti chimici sono definiti xenobiotici e si possono trovare nei prodotti cosmetici o di igiene personale.

 

Una serie di composti chimici che si accumulano nella vagina, e che potrebbero derivare dai prodotti per l’igiene personale, può contribuire alla nascita pretermine nelle donne in attesa. E’ quanto osservato da uno studio pubblicato da Nature Microbiology, condotto da un team del Columbia University Irvine Mediacl Center (USA).

La nascita si definisce pretermine quando il neonato viene alla luce prima di 37 settimane di gravidanza; è la principale causa di morte neonatale è può causare una serie di problemi nel corso della vita del neonato. Circa due terzi delle nascite pretermine avviene spontaneamente e non ci sono metodi per predire o prevenire questa condizione.

Lo studio

Il team di ricerca ha concentrato la propria attenzione sul metaboloma della vagina, il set completo di molecole, compresi i metaboliti, prodotti da cellule e microorganismi a livelli locale, e molecole e composti che provengono da fonti esterne. I ricercatori hanno identificato, così, più di 700 diversi metaboliti nel metaboloma del secondo trimestre di gravidanza di 232 donne incinte, di cui 80 sono andate incontro a parto pretermine.

Diversi metaboliti sono risultati essere composti chimici non prodotti dall’uomo o da microbi, denominati xenobiotici perché estranei all’organismo, come dietanolamine, etil-beta glucoside, tartaro e acido etilenediaminotetracetico, che si possono trovare in prodotti cosmetici o di igiene personale.

Attraverso l’apprendimento automatico, il team ha sviluppato un algoritmo, basato sui livelli di metaboliti, in grado di predire la nascita pretermine con un buon grado di accuratezza, aprendo così la strada ad una potenziale diagnosi precoce del rischio parto prematuro.

 

Fonte: Nature Microbiology 2023

Atrticolo tratto da: Aogoi.it

Dismenorrea primaria: revisione sistematica su uso di estratti di cannella, finocchio e zenzero

TAGS: DISMENORREAESTRATTI VEGETALIFITOTERAPIA

Questo studio, attraverso una revisione sistematica della letteratura, ha verificato l’efficacia degli estratti di cannella (Cinnamomum verum Presl), finocchio (Fœniculum vulgare), zenzero (Zingiber officinale Roscoe) per il trattamento della dismenorrea primaria.
Sono stati selezionati nove studi per un totale di 647 pazienti. Rispetto ai risultati nel gruppo di controllo, l’intensità del dolore è stata significativamente ridotta nel gruppo di intervento (cannella vs. placebo: WMD = 1.815, 95% CI = 1.330-2.301; finocchio vs. placebo: WMD = 0.528, 95% CI = 0,119-6,829; zenzero vs. placebo: WMD = 2,902, 95% CI = 2,039-3,765).
La durata del dolore è stata significativamente più breve nel gruppo di trattamento con cannella (cannella vs. placebo: WMD = 16.200, 95% CI = 15.271-17.129). Gli autori hanno quindi concluso che per la dismenorrea primaria, il trattamento con estratti di cannella, finocchio e zenzero è in grado di ridurre efficacemente l’intensità del dolore e, in particolare, l’estratto di cannella è stato in grado di ridurre significativamente anche la durata del dolore.

Yincong Xu , Qinglin Yang , Xiaoping Wang. Efficacy of herbal medicine (cinnamon/fennel/ginger) for primary dysmenorrhea: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. J Int Med Res. 2020 Jun 48(6).

Vittorio Mascherini
CERFIT, AOU Careggi

 

Articolo tratto da: Farmacista33

COSA IMPARARE DALL’ AVER BEVUTO TROPPO!

Vi raccontiamo una storia che riguarda “le sbronze”, non per abbandonare il filone dell’anti-age o, se preferite, del come farvi invecchiare nel modo più lento possibile e rimanendo in salute; lo facciamo perché ci aiuta a introdurre il ruolo del detox e della lunghezza dei telomeri.

Se vi siete mai svegliati con un mal di testa martellante, nausea e vertigini dopo aver bevuto un bicchiere (o due) di troppo la sera prima, potreste sentirvi come se steste morendo! Naturalmente, sapete anche che i sintomi di una sbornia passano presto e che già la sera potrete sentirvi voi stessi. Ma secondo la FDA americana (ente che regola l’immissione in commercio dei farmaci), se avete i postumi di una sbornia, non vi sentite solo male. Avete una malattia… Non potremmo inventarci queste fiabe nemmeno se ci provassimo. All’inizio di quest’anno, nei loro sforzi senza fine per impedire ai produttori di integratori di offrire soluzioni sicure, naturali e testate, il governo federale ha etichettato il temuto “giorno dopo” una malattia. E, naturalmente, ai loro occhi, solo un farmaco Big Pharma può curare una malattia. Il loro obiettivo era quello di vietare la vendita dell’antiossidante N-acetil-cisteina (NAC).

Sicuramente voi conoscete già questo potente aminoacido:

➤ Aumenta la salute del cervello nei pazienti di Alzheimer1

➤ Allevia i sintomi del morbo di Parkinson 2

➤ Stabilizza lo zucchero nel sangue migliorando la resistenza all’insulina3

➤ Eleva la telomerasi per allungare i telomeri4

➤ Migliora le condizioni di salute mentale5

➤ Allevia i sintomi della BPCO e aiuta a prevenire il declino polmonare6

Ma aiuta anche a ridurre i sintomi della sbornia. Questo perché NAC si lega a una super tossina nel fegato chiamata acetaldeide. Questo sottoprodotto del metabolismo dell’alcol è una delle principali cause dei postumi di una sbornia. La maggior parte delle persone pensa che si finisce con una sbornia a causa degli effetti diuretici dell’alcol. Ma la disidratazione è solo l’inizio. L’etanolo, l’alcol nelle bevande, innesca una reazione infiammatoria nel corpo. Ma i peggiori sintomi di sbornia provengono dal tentativo del vostro organismo di sbarazzarsi dell’etanolo usando una super-tossina chiamata acetaldeide. Fondamentalmente, il vostro corpo viene spaventato dall’alcol nel sangue. Quindi invia radicali liberi per neutralizzare il pericolo. Questo non è un problema quando avete bevuto uno o due drink. Ma se continuiate a bere, i radicali liberi continuano ad arrivare. Nello sforzo disperato di controllare questo assalto, il fegato produce acetaldeide prima che venga eliminato dal sistema. L’acetaldeide è la causa principale di tutti i postumi di una sbornia. Si stima che questo pericoloso sottoprodotto dell’alcol sia tra 10 e 30 volte più tossico dell’etanolo stesso. 7 In effetti, è così tossico che non rimane a lungo nell’organismo. Ed è per lo più sparito quando inizia la sbornia. Ma i ricercatori ritengono che siano i terribili postumi dell’acetaldeide che causano sintomi come sonnolenza, secchezza delle fauci, vertigini, nausea, vomito, mal di testa, battito cardiaco accelerato e ansia. NAC elimina i sintomi della sbornia aumentando la produzione di glutatione nel corpo. Il glutatione è necessario per abbattere l’acetaldeide fondamentalmente è la sostanza, nel fegato, deputata a disintossicarci. Sfortunatamente, le riserve di glutatione del fegato si esauriscono rapidamente quando si consumano grandi quantità di alcol. E questo lascia l’acetaldeide nell’organismo per molto tempo. Reintegrare i livelli di glutatione è vitale per ridurre gli effetti di una sbornia. E l’integrazione con NAC è un modo sicuro per riportare i livelli in alto. E gli studi confermano queste affermazioni… In uno studio, i ricercatori hanno scoperto che l’infiammazione causata dai radicali liberi è stata significativamente ridotta quando ai ratti è stato somministrato NAC con alcol. 8 Un altro studio ha anche riscontrato una riduzione dell’infiammazione nel cervello dei ratti quando gli animali sono stati trattati con NAC. 9 Un terzo studio sull’uomo è stato effettuato presso l’Università di Helsinki in Finlandia. I ricercatori hanno dato a 19 volontari maschi bevande alcoliche per tre ore, seguite da NAC o un placebo. I ricercatori hanno scoperto che non solo il NAC ha diminuito o addirittura eliminato completamente i postumi di una sbornia, ma ha anche “ridotto la necessità di bere il giorno successivo”, riducendo così il rischio di dipendenza da alcol. 10 Fortunatamente, la FDA non l’ha fatta franca con lo sforzo di vietare il NAC. Almeno, non ancora… E vale sicuramente la pena averne un po ‘in casa se pensate di potervi trovare nella situazione di averne bevuto “uno di troppo”. Suggeriamo di assumerne 1.200 mg. Questa è la quantità utilizzata nello studio di Helsinki. Buona salute

Chiara Saggioro, BSci, PhD.

Alfredo Saggioro, MD.

Per sapere di più:

  1. Costa m, et al. “N-acetylcysteine protects memory decline induced by streptozotocin in mice.” Chem Biol Interact. 2016 Jun 25;253:10-7. 2. Monti DA, et al. “N-acetyl cysteine is associated with dopaminergic improvement in Parkinson’s disease.” Clin Pharmacol Ther. 2019 Oct;106(4):884-890. 3. Fulghesu, A. M., Ciampelli, M., Muzj, G., Belosi, C., Selvaggi, L., Ayala, G. F., & Lanzone, A. (2002). N-acetyl-cysteine treatment improves insulin sensitivity in women with polycystic ovary syndrome. Fertility and sterility, 77(6), 1128–1135. https://doi.org/10.1016/s0015-0282(02)03133-3 4. Ma Y, et al. “N-acetylcysteine protects mice from high fat diet-induced metabolic disorders.” Pharm Res. 2016;33(8):2033-2042 5. Minarini A, et al. “N-acetylcysteine in the treatment of psychiatric disorders: current status and future prospects.” Expert Opin Drug Metab Toxicol. 2017 Mar;13(3):279-292. 6. Pirabbasi E, et al. “Efficacy of ascorbic acid (vitamin c) and/n-acetylcysteine (nac) supplementation on nutritional and antioxidant status of male chronic obstructive pulmonary Disease (COPD) patients.” J Nutr Sci Vitaminol (Tokyo). 2016;62(1):54-61. 7. Ashurst JV, Nappe TM. Methanol Toxicity. [Updated 2022 Jun 21]. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2022 Jan-. 8. Ozaras R, et al. “N-acetylcysteine attenuates alcohol-induced oxidative stress in he rat.” World J Gastroenterol. 2003 Jan 15; 9(1): 125–128. 9. Schneider R, et al. “N-acetylcysteine Prevents Alcohol Related Neuroinflammation in Rats.” Neurochem Res. 2017 Aug;42(8):2135-2141. 10. Eriksson C, et al. “L-Cysteine containing vitamin supplement which prevents or alleviates alcohol-related hangover symptoms: nausea, headache, stress and anxiety.” Alcohol Alcohol. 2020 Oct 20;55(6):660-666.

 

Articolo tratto da: medicina funzionale.org

ATROFIA VULVO VAGINALE, COS’E’ E COME TRATTARLA

L’atrofia vulvo vaginale è una problematica molto frequente nelle donne in menopausa, si stima che colpisca una donna su due.

Alcune volte può interessare donne più giovani, specie dopo il parto. E’ accompagnata da sintomi quali prurito, irritazione, secchezza, problemi di incontinenza e dolore ai rapporti.

Per la cura di queste problematiche possiamo ricorrere a trattamenti locali con creme a base di acido jaluronico, idratanti ed emollienti. Anche l’igiene intima con deolatti detergenti riveste un ruolo importante.

Si può ricorrere a terapia ormonale sostitutiva locale con estriolo, testosterone e DHEA. Ho la possibilità di formulare preparati galenici molto efficaci costruiti “su misura”.

In alcuni casi però la terapia ormonale non è possibile. C’è la possibilità di intraprendere un percorso personalizzato di RIEDUCAZIONE del PAVIMENTO PELVICO in collaborazione con una fisioterapista preparata sul trattamento del piano perineale.

Tra le soluzioni tecnologiche un’ottima possibilità terapeutica c’è fornita da un’apparecchiatura basata sulla sinergia di due elementi naturali: OSSIGENO e ACIDO JALURONICO.

L’ossigeno ha azione antinfiammatoria e antibatterica e inoltre stimola i fibroblasti a produrre collagene, elastina e acido jaluronico.

E’ altamente concentrato e ciò ne facilita la diffusione attraverso la mucosa vaginale e perivulvare con riattivazione delle funzioni metaboliche e del microcircolo.

L’acido jaluronico ha un potere idratante e mantiene il turgore.

Nel nostro studio abbiamo a disposizione delle pazienti l’apparecchiatura Caress Flow.

 

SE L’OVAIO E’ POLICISTICO E’ COLPA DEL MICROBIOTA

E’ stata individuata una correlazione significativa tra gli squilibri del microbiota intestinale, i disordini metabolici, l’obesità e l’insorgenza della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS).

Attraverso l’analisi di vari studi scientifici che hanno indagato la composizione microbica intestinale nelle persone affette da PCOS, in confronto con soggetti sani, sono emerse differenze evidenti che suggeriscono un legame che non può di certo essere casuale, bensì causale.

Una conclusione a cui si è giunti attraverso una revisione della letteratura condotta da scienziati cinesi che è stata pubblicata sulla rivista Reproductive Sciences nel gennaio del 2022, svolta includendo 10 studi e 256 citazioni, per un totale di 611 pazienti monitorati (inclusi vari gruppi di controllo).

La sindrome dell’ovaio policistico è un disturbo endocrino-metabolico tra i più comuni e che causa, in alcuni casi, disfunzione mestruale e infertilità nelle donne. Di sicuro, lo sviluppo di questa malattia può essere condizionato da cause genetiche, neuroendocrine e metaboliche, ma vari studi hanno portato a dimostrare che anche la salute del microbiota intestinale può giocare un ruolo chiave nella sua patogenesi.

In particolare, una diminuzione della biodiversità del microbiota intestinale e la variazione della concentrazione di alcuni batteri (come quelli Bacteroidaceae, Coprococcus, Bacteroides, Prevotella, Lactobacillus, Parabacteroides, Escherichia, Shigella e Faecalibacterium) sono associate alla presenza di PCOS. Tutto questo senza considerare gli effetti negativi indiretti di alcune patologie metaboliche – a loro volta condizionate dalla disbiosi intestinale – sulla patogenesi della sindrome PCOS e sulla salute in generale di queste persone.

Gli autori della revisione dicono comunque che sarà necessaria un’analisi più approfondita che coinvolge un numero maggiore di pazienti, perché non è ancora del tutto chiaro se la disbiosi intestinale sia la causa o la conseguenza della PCOS, ossia in che verso sia da considerarsi il rapporto di causalità.

Allo stesso modo sarà interessante stabilire se ci siano batteri specifici che più di altri incidano sull’insorgenza della malattia e del suo sviluppo.

 

Fonte: https://pubmed.ncbi.nml.nih.gov/33409871/

Articolo tratto da: Faromed.it

PREVENZIONE ANTIAGING CON DIETA E ANTIOSSIDANTI

A partire dalla sindrome metabolica e scivolando verso la triade poco sopra elencata, la ricerca più recente evidenzia come, in questi soggetti, l’incidenza di sviluppare col tempo la demenza o il morbo di Alzheimer (AD), sia nettamente più alta rispetto al resto della popolazione.

Il dramma è che, ce ne siamo accorti tutti, da pochi anni sembra che ci sia una vera e propria esplosione di casi di demenza nei soggetti a partire dai 65 anni di età.

Ma come è possibile, se pochi decenni or sono era un evento decisamente raro?

E se ci fosse un collegamento con ciò che mangiamo?

Effettivamente le deduzioni logiche ricavate dalle evidenze scientifiche, partono dall’esistenza di forti prove che ciò che fa bene al cuore, fa bene alla testa e il primo fattore che incide sulla salute del cuore è l’alimentazione.

Le più recenti ricerche attestano la superiorità della dieta mediterranea sul miglioramento del processo cognitivo e gestione della demenza lieve, mentre una alimentazione basata su cibi altamente processati, ricchi di grassi saturi, zuccheri, sale e poveri di vitamine, minerali e antiossidanti ne favorisce lo sviluppo e rende difficoltosa la gestione perché, ricordiamo, non esiste ad oggi una efficace cura per l’Alzheimer (se non un farmaco poco più che sperimentale e dagli effetti collaterali devastanti).

Ebbene, una ricerca di giugno 2021 ha effettivamente trovato una correlazione positiva tra il punteggio della dieta MIND (la versione americana della dieta mediterranea), la resilienza cognitiva e la funzione cognitiva.

La dieta è dunque simile alla nostra mediterranea, ma si concentra su verdure a foglia verde, altre verdure, noci, bacche, fagioli, cereali integrali, pollame, frutti di mare, olio d’oliva e vino.

Al contrario. un altro studio di marzo 2021, ha effettivamente collegato i prodotti a base di carne lavorata, come salsicce, salame e pancetta, con la demenza.

Il consumo regolare di carne lavorata ha aumentato il rischio relativo di tutte le demenze del 44% e il morbo di Alzheimer del 52%.

Attenzione, si parla di alimentazione prevalentemente a base di prodotti trasformati, non il saltuario uso occasionale e con prodotti magari artigianali, locali e di cui, possibilmente, se ne conosca la provenienza e lavorazione.

In un ultimo, recentissimo, studio pubblicato nel 2022 su Neurology, gli studiosi hanno esaminato i livelli ematici di diversi antiossidanti dei partecipanti, tra cui le vitamine A, C, E e diversi carotenoidi, che sono pigmenti vegetali di natura lipidica e dal colore rosso, giallo e arancione che sono convertiti dal nostro organismo in vitamina A.

Hanno quindi esaminato la relazione tra i livelli di questi antiossidanti e i tassi di malattia di Alzheimer e altre tipologie di demenza.

In breve, gli autori dello studio affermano che gli antiossidanti potrebbero proteggere il cervello dai danni associati alla demenza, dato che lo stress ossidativo può verificarsi ad un livello anormalmente alto nel nostro corpo, anche all’interno del nostro cervello.

In tali circostanze, il consumo alimentare di antiossidanti può aiutare a proteggere le nostre cellule dai danni neurologici, preservando l’integrità delle nostre cellule cerebrali.

Questo studio osservazionale (ed altri effettuati sia su uomo che su modello murino) suggerisce che se le persone consumano una dieta ricca di carotenoidi specifici, come luteina, zeaxantina e β-criptoxantina, potrebbero incorrere in un rischio inferiore di sviluppare demenza con l’avanzare dell’età.

Ovviamente sarebbero auspicabili studi randomizzati e controllati, tuttavia sono ormai molteplici le evidenze che sottolineano l’importanza di una sana alimentazione abbinata ad attività fisica sia aerobica che con i pesi che preservare in toto il nostro organismo dagli insulti del tempo.

Oggi, purtroppo, chi ha un peso corporeo corretto, una muscolatura tonica, fa sport e mangia correttamente per nutrire il suo corpo e il suo cervello, viene visto come una “anomalia”, seppur positiva.

Se sei interessato ad approfondire la tematica integrativa per supportare il sistema endocrino ed il cervello, oppure per evitare o contrastare la sindrome metabolica, ti posso suggerire i libri: Alimentazione e integrazione per gli ormoni e la mente (LSWR) e Guida al controllo glicemico. Il trattamento non farmacologico dell’insulino-resistenza (Edra).

 

FontiBeydoun MA, et al. Association of Serum Antioxidant Vitamins and Carotenoids With Incident Alzheimer Disease and All-Cause Dementia Among US Adults. Neurology. First published May 4, 2022

Klodian D, et al. MIND Diet, Common Brain Pathologies, and Cognition in Community-Dwelling Older Adults. IOS Press.  Journal of Alzheimer’s Disease, vol. 83, no. 2, pp. 683-692, 2021

Zhang H, et al. Meat consumption and risk of incident dementia: cohort study of 493,888 UK Biobank participants. The American Journal of Clinical Nutrition, Volume 114, Issue 1, July 2021, Pages 175–184

 

Articolo tratto da: massimospattini.com

ORMONI BIOIDENTICI

Sono ormoni di derivazione vegetale clinicamente uguali a quelli endogeni. Si utilizzano in caso di carenze di ormoni o di gruppi di ormoni documentata con esami ematici.

Il loro impiego è infatti STRETTAMENTE PERSONALIZZATO.

Ritengo la MEDICINA di PRECISIONE POTENZIATIVA e RIGENERATIVA una grossa opportunità da sfruttare nel futuro.

Il medico deve diventare sempre più il terapista della salute.

E’ nostro compito indirizzare i nostri sforzi alla cura della salute con una medicina che sia di tipo PREVENTIVO più che CURATIVO.

Medicalizzare troppo il paziente può avere conseguenze sullo stato di salute.

L’obiettivo deve essere certo il protrarsi della vita ma in buone condizioni fisiche. In particolare per le donne, mio campo di azione, dobbiamo impostare strategie che comportino un miglioramento della qualità di vita. Nel 2050 è previsto che le donne vivranno metà della loro esistenza in menopausa.

Faccio un esempio concreto:

OSTEOPOROSI:

i farmaci con cui viene curata possono avere effetti collaterali.

La prevenzione si fa istruendo ad una sana alimentazione, acqua adeguata, pochi latticini e soprattutto attività fisica mirata con l’aiuto di esperti del settore. A ciò si deve aggiungere una sana integrazione che può essere suggerita da un medico esperto in medicina funzionale e potenziativa.

Gli ormoni bioidentici possono essere un vero quid in più.

E quindi impariamo a dare la giusta importanza allo stile di vita che deve comprendere:

  • sana alimentazione
  • attività fisica adeguata
  • gestione dello stress
  • sonno ristoratore

e………….

Disponibile per chiarimenti.

NUOVE STRATEGIE TERAPEUTICHE PER IL TRATTAMENTO DEL DIABETE GESTAZIONALE

Secondo i dati forniti dall’associazione medici diabetologi (AMD), in Italia, ogni anno, circa una donna su dieci in gravidanza è accompagnata dal diabete, che può essere pre-gestazionale (già presente nella donna prima che questa rimanga incinta) o gestazionale (che compare per la prima volta nel corso della gravidanza).

 

LA DIAGNOSI DEL DIABETE GESTAZIONALE

Il diabete gestazionale (GDM) solitamente si manifesta nella seconda parte della gravidanza e per questo motivo viene eseguito lo screening alla 24-28 settimana di gestazione. E’ importante prestare particolare attenzione verso questa condizione considerate le possibili complicanze materno-fetali che il GDM può causare e i potenziali rischi a cui le donne affette e i loro figli sono esposti nel corso della loro vita. La presenza di alcune condizioni di rischio, infatti, come l’obesità, il GDM pregresso e l’alterata glicemia a digiuno prima della gravidanza o all’inizio della stessa possono determinarne un’insorgenza precoce.

La diagnosi di GDM attiva un processo di cura che coinvolge professionisti sanitari e la richiesta di specifici presidi diagnostico-terapeutici (utili per l’auto-monitoraggio glicemico e dello stato di chetosi e per l’eventuale terapia insulinica). Tutto ciò espone la donna con GDM a problematiche psicologiche dovute alla medicalizzazione della propria gravidanza.

 

QUALI NOVITA’ NELLA GESTIONE DEL DIABETE GESTAZIONALE?

La ricerca di nuove soluzioni terapeutiche efficaci per il GDM costituisce una strategia utile a migliorare l’esito della gravidanza e la prevenzione potrebbe rappresentare un importante passo in avanti per il miglioramento della salute (della madre e del bambino).

Nel corso degli ultimi anni è stata testata l’efficacia di diversi approcci preventivi. La sola terapia medica nutrizionale, anche se associata ad una costante attività fisica, non si è dimostrata efficace per la prevenzione del GDM.

Una strategia di prevenzione nei confronti del GDM, documentata in letteratura, è la supplementazione con inositolo. L’inositolo è una sostanza ampiamente diffusa in natura, essendo presente in diversi alimenti, quali creali, verdure, carni e altri alimenti. Ha la struttura molecolare di un cicloesano e può presentarsi in 9 differenti isoforme, tra cui, la forma più abbondante a livello cellulare il Myo-inositolo (MI).

 

MYO-INOSITOLO E DIABETE GESTAZIONALE, LE PIU’ RILEVANTI EVIDENZE SCIENTIFICHE

Il ruolo preventivo del MI è stato documentato negli ultimi anni da alcuni studi clinici che hanno coinvolto alcune categorie di donne maggiormente a rischio di sviluppare il GDM. In particolare sono stati studiati gli effetti della supplementazione di MI in donne:

  1. Con familiarità di prima grado con il diabete mellito (DM) (1);
  2. Con valori glicemici nel primo trimestre compresi tra 100/120 mg/dl (2);
  3. Obese (3) o in sovrappeso (4)

 

Il disegno di tali studi era analogo: alla 12°-13° settimana di gestazione nel gruppo sperimentale veniva avviata una supplementazione di MI (4 g/die) e acido folico (400 mg/die). La supplementazione veniva poi continuata fino al termine della gravidanza. L’outcome primario era lo sviluppo di GDM; gli outcome secondari erano principalmente gli esiti perinatali. I risultati hanno evidenziato un effetto preventivo della supplementazione di MI nello sviluppo di GDM rispetto al gruppo che non aveva ricevuto supplementazione, anche dopo aggiustamento per i principali fattori di rischio. In particolare, il MI ha ridotto:

  • I livelli medi di glicemia nei diversi punti della curva da carico;
  • L’insorgenza di GDM nelle donne:

con familiarità per DM; – 63% (p-0,03);

obese: meno 70% con significativa riduzione dell’insulino-resistenza

(p-0,04)

In sovrappeso: -67%

 

L’effetto della supplementazione di MI sulla prevenzione del GDM è stato dimostrato da una metanalisi Cochrane: l’effetto finale si traduce in una riduzione del rischio pari al 57% e una riduzione significativa dei livelli glicemici di tutti i punti della curva di carico diagnosticata.

Rispetto agli esiti prenatali, la supplementazione con MI, ha ridotto il tasso di bambini macrosomici, parto prematuro, ipertensione gestazionale e la necessità di ricorso alla terapia intensiva neonatale. Dal punto di vista della sicurezza, i risultati appaiono molto rassicuranti: in nessun caso si sono verificati effetti avversi o complicanze.

Nel 2018 Pintaudi e i suoi colleghi hanno condotto uno studio con l’obiettivo di valutare gli effetti del trattamento con MI sul metabolismo glucidico in donne con GDM, attraverso l’utilizzo di un sistema di monitoraggio continuo del glucosio (GCM). Lo studio ha coinvolto 12 donne (età media 34 anni) con GDM (test OGTT eseguito nella settimana 24-28). Sei donne hanno ricevuto la somministrazione di 2g di MI in associazione a 200 mcg di acido folico per due volte al giorno (gruppo trattato), mentre le restanti sei donne hanno ricevuto solo acido folico (gruppo controllo). Il trattamento è stato eseguito dalla trentesima settimana di gravidanza fino al parto. La valutazione del metabolismo glucidico, tra l’inizio e la fine del trattamento, è stata condotta su alcuni parametri quali: ampiezza media dei picchi di glicemia (MAGE), deviazione standard (DS) e coefficiente di variabilità e di varianza glicemica. I risultati hanno dimostrato l’effetto positivo del trattamento con MI sulla variabilità glicemica. Le donne del gruppo trattato hanno dimostrato una riduzione della glicemia già nei primi giorni di trattamento. Inoltre, il trattamento con MI permette una minore variazione dei picchi glicemici (MAGE) in maniera statisticamente significativa (p<0,001). Le variazioni di deviazione standard, misurate alla fine del trattamento, sono aumentate in entrami i gruppi ma la differenza è stata inferiore nelle donne trattate con MI, con valori rispettivamente di 6 nel gruppo trattato e di 13,7 nel gruppo controllo (p<0,001). A seguito di questi risultati, è possibile evidenziare il ruolo importante del MI nel ridurre i livelli di glucosio nel sangue. In particolare, questo effetto è stato più significativo nei primi tre giorni di trattamento per poi mitigarsi come conseguenza della stabilizzazione dei livelli di glucosio. La riduzione del MAGE, indotto dal trattamento con MI, ha fornito una chiara indicazione del miglioramento della secrezione di insulina in fase precoce. Una bassa variabilità glicemica riduce di conseguenza la necessità di dover ricorrere al trattamento con insulina, consentendo una miglior gestione farmacologica del GDM. Gli autori hanno quindi concluso che il MI è utile per ridurre i livelli medi di glucosio e la variabilità glicemica nelle donne con diabete gestazionale.

Nel 2020 Vitale e i suoi colleghi hanno condotto uno studio che aveva tra gli obiettivo quello di valutare l’incidenza di GDM in donne in gravidanza e sovrappeso trattate con MI e acido folico. Lo studio prospettico, randomizzato, controllato con placebo ha compreso 223 donne (25 < BMI < 30) distribuite in due gruppi: gruppo trattato (N=110) che ha assunto per via orale 2 g di MI + 200 mcg di acido folico, due volte al giorno, dalla 12°/13° settimana di gravidanza fino a tre settimane dopo il parto; gruppo placebo (N=113) che ha assunto 400 mcg di acido folico al giorno. L’incidenza di GDM è stata significativamente ridotta nel gruppo trattato (N=9; 8,2%) rispetto al gruppo placebo (N=24; 21,2%) (p = 0,006). Inoltre, 18 donne del gruppo placebo e 7 donne del gruppo trattato sono state sottoposte al trattamento con insulina alla 26°/27° settimana, mentre sono state 18 del gruppo placebo e 9 del gruppo trattato alla 31°/32° settimana. A distanza di tre settimane dopo il parto, 13 donne del gruppo placebo e 1 donna del gruppo trattato hanno continuato il trattamento con insulina per mantenere lo stato euglicemico. Gli autori hanno concluso che la supplementazione di MI in gravidanza aiuta a ridurre l’incidenza di diabete gestazionale in donne con fattori di rischio per sovrappeso e obesità.

Nel 2021 il professore D’Anna e il suo gruppo di lavoro hanno condotto uno studio clinico randomizzato e controllato per valutare l’associazione di MI e a-lattoalbumina (a-LA) in donne con GDM per ridurre l’insulino-resistenza e l’eccessiva crescita fetale. Lo studio, di 12 mesi fa, ha coinvolto 120 donne con diagnosi di GDM randomizzate in due gruppi (1:1) e trattate per due mesi con 2 g di MI, 50 mg di a-LA e 200 mcg di acido folico (gruppo trattato) due volte al giorno, o con 200 mcg di acido folico due volte al giorno (gruppo controllo). L’obiettivo primario è stato valutare la variazione della resistenza dell’insulina misurata prima e dopo il trattamento, dopo lo studio dell’HOMA-IR. Tra gli obiettivi secondari, la valutazione della crescita fetale effettuata mediante la misurazione ecografica dei centili di circonferenza addominale e dello spessore del grasso. Dopo 2 mesi, nel gruppo trattato si è osservato una riduzione significativa dell’insulino-resistenza (valori dell’HOMA index di 3,1+ 1,4 vs 6,1 + 3,4,p = 0,0002) e della crescita fetale (centili di circonferenza addominale 54,9 + 23,5 vs 67,5 + 22, 6, p = 0,006) rispetto al gruppo controllo. Tra gli esiti clinici secondari, è stata osservata una significativa riduzione del numero di donne che necessitavano del trattamento con insulina dopo la supplementazione con MI, a-LA e acido folico (6,7% vs 20,3%, p = 0,03). L’associazione di MI e a-LA si è dimostrata efficace per migliorare l’insulino-resistenza e l’eccessiva crescita del feto in donne con GDM. Inoltre, nel gruppo trattato, il numero di donne che hanno ricevuto il trattamento con insulina era ridotto di un terzo, rispetto al gruppo controllo. Questo è un risultato terapeutico importante poiché il trattamento con insulina è spesso responsabile di forti disagi nelle donne per via delle iniezioni giornaliere multiple, per il rischio di ipoglicemia e per l’eccessivo aumento ponderale. Infine è stato dimostrato che la combinazione di MI e a-LA può prevenire l’eccessivo aumento della circonferenza addominale e lo spessore del tessuto adiposo sottocutaneo, che in caso di GDM aumenta progressivamente. Gli autori dello studio hanno concluso che: la supplementazione di MI e a-LA è in grado di ridurre l’insulino-resistenza e l’eccessiva crescita fetale in donne con GDM.

In conclusione, il MI è una sostanza in grado di prevenire il GDM in donne a rischio e la sua supplementazione dovrebbe essere presa in considerazione sin dalle prime fasi della gravidanza.

 

Fonti

  1. D’Anna R et al. Diabetes Care. 2013.
  2. Matarelli B et al. J Matern Fetal Neonatal Med. 2013.
  3. D’Anna R et al. Obstet Ginecol. 2015
  4. Santamaria A et al. J Matern Fetal Neonatal Med. 2016
  5. Crawford Tj et al. Cochrane Database Syst Rev. 2015
  6. Pintaudi B et al. European Review for Medical and Pharmacological Sciences. 2018.
  7. Vitale SG et al. International Journal of Food Sciences and Nutrition. 2020.
  8. D’Anna R et al. Scientific Reports – Nature.

 

Articolo tratto da: hcps.lolipharma.it

Covid-19, frequenti variazioni nel ciclo mestruale. Ecco in quali casi

Secondo una revisione della letteratura pubblicata sul Journal of Clinical Medicine, dopo un’infezione da COVID-19 le donne possono avere un ciclo mestruale prolungato e una diminuzione del volume mestruale, indipendentemente dalla gravità della malattia.

“Sono state condotte ricerche approfondite su COVID-19 e sui suoi effetti sul sistema respiratorio, nervoso e circolatorio; tuttavia, il suo impatto sul sistema riproduttivo è relativamente meno noto” spiega Vojka Lebar, della University of Ljubljana, in Slovenia, primo nome dello studio. I ricercatori hanno effettuato ricerche su Medline, Chocrane Library e Scopus, e hanno individuato tre studi idonei a chiarire la situazione. Uno dei lavori ha esaminato gli effetti dell’infezione da SARS-COV-2 sui cambiamenti negli ormoni sessuali e sul ciclo in 237 donne in età fertile senza precedenti irregolarità mestruali. Di queste donne, 90 avevano avuto forme gravi di COVID-19, e le restanti una malattia lieve. Quasi il 20% delle partecipanti ha avuto una diminuzione significativa del volume mestruale, senza differenze significative tra casi lievi e gravi. Un quinto delle donne ha riferito cicli mestruali prolungati rispetto alla durata del ciclo mestruale pre-infezione.

La durata del ciclo mestruale e il volume mestruale differivano significativamente tra le donne infettate e i controlli sani, anche se lo studio ha suggerito che le variazioni erano temporanee.

Un altro studio, condotto in Cina, ha valutato l’associazione tra funzione ovarica e COVID-19, e ha incluso 78 donne di età pari o inferiore a 50 anni. Le pazienti con COVID-19 in forma grave hanno mostrato amenorrea, cicli irregolari, volume mestruale e dolore più elevati rispetto ai casi non gravi, sebbene le differenze non fossero statisticamente significative.

Un terzo studio comprendeva 127 pazienti con COVID-!9 di età compresa tra 18 e 45 anni. Tra queste, 20 donne hanno riferito tramite questionario cambiamenti del ciclo mestruale. Le variazioni comuni hanno incluso mestruazioni irregolari, mestruazioni scarse e aumento dei sintomi della sindrome premestruale. Le pazienti con cambiamento del ciclo mestruale avevano maggiori probabilità di manifestare sintomi di COVID-19 come affaticamento, mancanza di respiro, mal di testa e dolori in particolare muscolari.

 

Journal of Clinical Medicine 2022. Doi: 103390/jcm11133800

https://doi.org/10.3390/jcm11133800

 

 

Articolo tratto da Doctor33.it

 

IL RUOLO DEL MICROBIOTA VAGINALE NELL’INFEZIONE DA HPV

Il microbiota vaginale svolge un’importante funzione protettiva dell’apparato genitale femminile attraverso diversi meccanismi. Recenti evidenze supportano l’ipotesi che un’alterazione del microbiota vaginale, caratterizzata da deplezione di Lattobacilli acidofili e proliferazione di altre specie, sia alla base dell’acquisizione dell’infezione da HPV, della sua persistenza e dell’evoluzione neoplastica.

 

L’infezione da HPV è ampiamente diffusa nelle donne sessualmente attive (circa nell’80%), fino ai 50 anni di età. Nel 90% dei casi l’infezione tende a risolversi mediante clearance virale spontanea nell’arco di un anno, mentre la persistenza rappresenta un fattore di rischio di evoluzione oncogena. Studi recenti hanno dimostrato che il microbiota vaginale non dominato dai lattobacilli, presenta più del doppio del rischio di contrarre un’infezione da HPV oncogeno, indipendentemente dalla copertura vaccinale e dall’età.

La composizione del microbiota vaginale, in particolare la prevalenza del Lattobacillo acidofilo, è influenzata da diversi fattori:

  • Genetici/di etnia (ad esempio nelle donne caucasiche e asiatiche si osserva una maggiore presenza di Lattobacilli acidofili).
  • Fattori fisiologici: gravidanza, puerperio, menopausa.
  • Ormonali: gli estrogeni incrementano il glicogeno nelle secrezioni vaginali e favoriscono in questo modo la colonizzazione da parte dei Lattobacilli acidofili, che lo utilizzano producendo acido lattico.
  • Abitudini igieniche: l’uso di irrigazioni vaginali si associa più frequentemente a disbiosi e riduzione dei Lattobacilli acidofili.
  • Rapporti sessuali frequenti (gli spermatozoi hanno un pH >di 7).
  • Cicli abbondanti e frequenti (provocano un innalzamento del pH).

 

Il Lattobacillo acidofilo contribuisce al mantenimento della eubiosi e della funzione di barriera protettiva dell’epitelio cervicale, impedendone l’ingresso dell’HPV nei cheratinociti cervicali e contrastando la persistenza dell’infezione, mediante diversi meccanismi:

  • mantenimento di un pH acido (3.8-4.5)
  • produzione di sostanze antimicrobiche: perossido di idrogeno (H2O2), batteriocine.
  • modulazione del sistema immunitario locale.

Alcuni studi hanno dimostrato che una condizione di disbiosi, con proliferazione di specie batteriche patogene, come quelle responsabili della vaginosi batterica (es. Gardenella V.), potrebbe favorire il ciclo di replicazione virale, la persistenza dell’infezione da HPV e la trasformazione neoplastica.

La disbiosi si associa inoltre a:

  • riduzione della produzione di muco cervicale, che ha una funzione importante nell’ostacolare l’ingresso dei patogeni.
  • aumento delle citochine pro-infiammatorie, noti fattori implicati nella carcinogenesi.
  • livelli più elevati di stress ossidativo, con produzione eccessiva di ROS, che provocano la rottura della doppia elica del DNA, sia dell’episoma HPV, sia del genoma dell’ospite, favorendo l’integrazione dell’HPV nel genoma dell’ospite.

Alcuni ricercatori suggeriscono che l’HPV stesso potrebbe contribuire al cambiamento della stabilità e della composizione del microbiota vaginale.

 

Ulteriori studi sulla relazione tra microbiota vaginale e infezione da HPV potrebbero essere utili per comprendere come mantenere l’eubiosi e rendere più efficace la prevenzione e il trattamento delle lesioni HPV-correlate.

 

 

Fonti

  • Cheng L, et al.Vaginal microbiota and human papillomavirus infection among young Swedish women. NPJ Biofilms Microbiomes. 2020; 639; DOI:10.1038/s41598-017-09842-6
  • Di Paola M, et al. Characterization of cervico-vaginal microbiota in women developing persistent high-risk Human Papillomavirus infection. Sci Rep. 2017; 7, 10200
  • Mitra A, et al. The vaginal microbiota, human papillomavirus infection and cervical intraepithelial neoplasia: what do we know and where are we going next? Microbiome. 2016; 4:58
  • Norenhag J, et al. The vaginal microbiota, human papillomavirus and cervical dysplasia: a systematic review and network meta-analysis. BJOG. 2020; 127(2):171-180

a cura di Carlo Maria Stigliano, AOGOI

Articolo tratto dal sito: Aogoi.it